#LaSTItaly: i nordestini? Più cosmopoliti


Sondaggi - lunedì 8 Agosto, 2016

Viviamo in un grande condominio globale. Le nuove tecnologie della comunicazione, nel breve volgere di alcuni anni, ci hanno spalancato le porte al mondo. Grazie alla televisione prima e poi, soprattutto, a intemet possiamo vedere qualsiasi angolo del mondo, anche in tempo reale. Non esistono musei, spiagge, montagne che non possiamo visionare su uno schermo di computer o di smartphone. Anzi, noi stessi contribuiamo con foto e video postati nei social network ad aumentare le possibilità di avvicinarci – almeno virtualmente – a territori e a realtà. Se a questo aggiungiamo lo sviluppo dei mezzi di trasporto che consente di raggiungere, ormai in uno spazio di tempo relativamente breve, anche luoghi un tempo molto lontani, possiamo comprendere come lo spazio e il tempo siano due dimensioni che si sono ristrette, accorciate. Al punto che, paradossalmente, non ci servono più 80 giorni per fare il giro del mondo, ma potremmo realizzarlo in una giornata e stando comodamente seduti a casa.

Tourist sitting on a suitcase

Quotidiani Finegil, 7 agosto 2016

Corriere  delle Alpi, 7 agosto 2016

Giornale di Vicenza, 7 agosto 2016

Il Piccolo, 7 agosto 2016

Messaggero Veneto, 7 agosto 2016

Alto Adige, 9 agosto 2016

Trentino, 9 agosto 2016

Fra le conseguenze di simili fenomeni, c’è un aumento esponenziale delle nostre possibilità di comparazione, più o meno fondate razionalmente. Assai più d’un tempo, grazie a un’esperienza vissuta direttamente oppure indirettamente grazie alle nuove tecnologie o a quanto riportato da parenti e conoscenti, abbiamo la possibilità di confrontare il nostro modo di vivere con quello di altri. Possiamo paragonare il nostro contesto di vita con chi vive in realtà diverse. E costruire una rappresentazione, un’idea, fare un raffronto. Ne deriva una sorta di classifica del nostro senso di appartenenza e sul “ben-vivere”, dove collochiamo il nostro Paese rispetto ad altri. Spesso nelle discussioni private e nel dibattito pubblico si avverte un sentimento critico verso l’Italia, si guarda altrove come modelli di vita, di organizzazione statuale. Mancando un senso forte di identità nazionale, riteniamo che in altri Paesi le cose funzionino e si viva meglio. Non solo siamo afflitti da forme superficiali di “benaltrismo”, per cui c’è sempre qualcos’altro di meglio e di più urgente da fare, e in questo modo nulla muta. Ma potremmo coniare il neologismo dell'”altrovismo”: nella vulgata pubblica e nei mezzi di comunicazione, sembra prevalere l’esistenza di un luogo altro dove le cose procedono meglio, dove si sta più soddisfacentemente. La fuga dei cervelli, i pensionati che vanno a vivere all’estero, imprese che delocalizzano: tutti fenomeni evidenziati come indicatori di un’Italia in declino. Senza nulla voler togliere alla problematicità di simili eventi, prevale effettivamente l’immagine di un paese che è peggiore di altri?

La ricerca svolta (Community Media Research) ha esplorato il sentiment della popolazione su questi argomenti. Abbiamo proposto una lista di Paesi chiedendo agli intervistati di esprimere l’opinione se, rispetto all’Italia, si vivesse meglio, peggio o nello stesso modo. Su 8 nazioni, ben 4 ottengono una valutazione più lusinghiera rispetto al risiedere in Italia su tutte prevale la Svizzera (81,7%), seguita da Australia (72,1%), Germania (69,2%) e Gran Bretagna (51,0%). Come si può osservare, si tratta di nazioni che, per diversi ordini di ragioni, hanno la reputazione di essere efficienti e funzionali. Di essere governate. Va sottolineato come la Gran Bretagna (15,8%) sia, in questo gruppo, la nazione che ottiene il punteggio più elevato fra quelle ritenute avere un livello peggiore di vita rispetto all’Italia A questo si accoda un secondo gruppo di Paesi in cui le condizioni generali risultano più simili all’Italia, come Francia (58,0%) e Spagna (57,7%). Gli Usa sono la nazione che polarizza maggiormente, in modo quasi eguale, l’opinione fra quanti ritengono si viva meglio (33,4%) o, all’opposto, peggio (29,7%) rispetto al nostro Paese. In questo caso, le origine latine si fanno avvertire e ci fanno accomunare, mentre gli Stati Uniti sono più divisivi nella percezione. Fanalino di coda troviamo la Tunisia, sicura meta per il turismo, ma decisamente non paragonabile al nostro livello di vita (87,9%).

Sommando le diverse opzioni rilevate possiamo individuare un indicatore di appartenenza da cui scaturiscono tre profili. Il gruppo prevalente nel Nordest è composto dai “cosmopoliti” (58,6%) ovvero da quanti ritengono che negli altri Paesi si viva come in Italia, che le differenze non siano così radicali come si pensa: tutto il mondo è paese. Questo sentiment è avvertito maggiormente dalla componente maschile, al crescere dell’età e da chi risiede in Veneto. Il secondo gruppo è rappresentato dagli “esterofili” (38,7%), chi ritiene che all’estero si stia meglio che in Italia. Va qui sottolineato come le donne, le generazioni più giovani, gli studenti, chi risiede in Trentino Alto Adige (47,8%) e Friuli Venezia Giulia (46,2%) si ritrovi maggiormente in questa opinione. Il terzo gruppo è quantitativamente marginale ed è rappresentato dagli “italiani doc” (2,7%), quanti ritengono che in Italia si viva decisamente meglio che nel resto di tutti gli altri Paesi, in particolare fra trentini e altoatesini (13,0%). Esce una rappresentazione dell’Italia forse meno sgangherata di quanto solitamente non emerga dalle cronache quotidiane e dall’immaginario collettivo. La possibilità (reale o virtuale che sia) di raffrontare altre realtà permette di soppesare meglio i pro e i contro della vita nelle altre nazioni. E di dare un giusto valore a dove viviamo. Nello stesso tempo, però, va sottolineato l’esistenza cospicua di un “altrovismo”, dell’idea e dell’esperienza che in altri Paesi si viva meglio che in Italia. E ciò che non può non preoccupare è che tale opinione sia diffusa soprattutto fra le giovani generazioni e le donne. Perché non fare nulla per limitare questo n”altrovismo” è sperperare le nostre ricchezze, offuscare il futuro.