{"id":2587,"date":"2015-08-02T08:07:58","date_gmt":"2015-08-02T08:07:58","guid":{"rendered":"http:\/\/www.communitymediaresearch.it\/?p=2587"},"modified":"2026-01-19T18:49:58","modified_gmt":"2026-01-19T17:49:58","slug":"la-riforma-del-jobs-act-promossa-dal-75-dei-nordestini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.community.it\/en\/2015\/08\/02\/la-riforma-del-jobs-act-promossa-dal-75-dei-nordestini\/","title":{"rendered":"La riforma del Jobs Act promossa dal 75% dei nordestini"},"content":{"rendered":"<p>Il lavoro \u00e8 un terreno delicato sul quale, in particolare in Italia, si consumano spesso scontri ideologici, pi\u00f9 che confronti fra idee. Una prova palese l\u2019abbiamo avuta nelle discussioni sulla recente riforma del mercato del lavoro, il Jobs Act. \u00c8 delicato perch\u00e9 \u00e8 un fattore centrale nella costruzione dell\u2019identit\u00e0 individuale e sociale delle persone. \u00c8 un elemento costitutivo della dignit\u00e0 e dell\u2019inclusione sociale. Non a caso \u00e8 iscritto nel primo articolo della nostra Costituzione, rendendo il lavoro la colonna vertebrale della nostra convivenza civile, il fattore attorno al quale si edifica il nostro sistema di welfare. Per converso, a tale importanza non sempre corrisponde un adeguato sostegno da parte del sistema pubblico. Basti pensare al mal funzionamento degli ammortizzatori sociali, all\u2019assenza di un sistema di formazione continua e di orientamento scolastico e professionale. Al fatto che la ricerca di un\u2019occupazione \u00e8 lasciata alle reti di relazione degli individui e delle famiglie: le stime indicano in una forbice fra il 2 e il 4% gli ingressi nel mondo del lavoro intermediati dai Centri per l\u2019Impiego. Dunque, l\u2019onere di una ricerca \u2013 ancor pi\u00f9 pesante in questi anni di crisi \u2013 \u00e8 caricata sulle famiglie. Ci\u00f2 spiega l\u2019elevata sensibilit\u00e0 che si manifesta sui temi che riguardano il lavoro e le modifiche delle regole che lo governano.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-medium wp-image-2617 aligncenter\" src=\"http:\/\/www.communitymediaresearch.it\/wp-content\/uploads\/2015\/08\/lavoro_slider-1728x800_c-400x185.jpg\" alt=\"lavoro_slider-1728x800_c\" width=\"400\" height=\"185\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><a href=\"http:\/\/www.communitymediaresearch.it\/wp-content\/uploads\/2015\/08\/Finegil-lastjobs.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Quotidiani Finegil 2 agosto 2015<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><a href=\"http:\/\/www.communitymediaresearch.it\/wp-content\/uploads\/2015\/08\/Corriere-Alpi-lastjobs.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Corriere delle Alpi 2 agosto 2015<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><a href=\"http:\/\/www.communitymediaresearch.it\/wp-content\/uploads\/2015\/08\/Messaggero-veneto-lastjobs.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Messaggero Veneto 2 agosto 2015<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><a href=\"http:\/\/www.communitymediaresearch.it\/wp-content\/uploads\/2015\/08\/Il-piccolo-lastjobs.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Il Piccolo 2 agosto 2015<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><a href=\"http:\/\/www.communitymediaresearch.it\/wp-content\/uploads\/2015\/08\/Trentino-lastjobs.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Il Trentino 31 luglio 2015<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><a href=\"http:\/\/www.communitymediaresearch.it\/wp-content\/uploads\/2015\/08\/Alto-Adige-lastjobs.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Alto Adige 31 luglio 2015<\/a><\/p>\n<p>Tuttavia, il discorso pubblico spesso \u00e8 prigioniero di visione ideologiche, di considerazioni che non fanno i conti con le profonde trasformazioni in corso non solo nel sistema produttivo, ma anche nelle rappresentazioni e nei valori attribuiti al lavoro medesimo. Parafrasando il titolo di un (vecchio, ma ancora attuale) libro di Aris Accornero, si potrebbe sostenere che viviamo ancora il \u201cLavoro come ideologia\u201d (Mulino, 1981). In altri termini, mancano analisi aggiornate di come stiano mutando i significati di valore attribuiti al lavoro. Su questi temi, Community Media Research ha avviato un percorso di ricerca interpellando i nordestini per comprendere come stia cambiando l\u2019idea e il significato del lavoro. In questa prima puntata prenderemo in considerazione non solo la conoscenza, ma verificheremo la congruenza degli orientamenti della popolazione con le misure inserite nel Jobs Act.<\/p>\n<p>In primo luogo, va sottolineato come la riforma del mercato del lavoro sia stata seguita, in modo pi\u00f9 o meno approfondito, da 3 persone su 4 nel Nord Est (74,1%), con maggiore attenzione in Friuli Venezia Giulia (72,7%) e in Veneto (78,5%), piuttosto che in Trentino Alto Adige (50,5%). Dunque, una riforma il cui impatto ha coinvolto larga parte della popolazione, in particolare la componente maschile e persino i pi\u00f9 giovani che, fra tutti, sono quelli che in proporzione maggiore hanno seguito in modo approfondito il tema. Fra i lavoratori, il dibattito sulla riforma ha interessato pi\u00f9 gli imprenditori (80,2%) e i tecnici (78,9%), meno gli operai (68,4%). Ma \u00e8 soprattutto fra gli elettori di Centro (87,4%), Centrosinistra (81,0%) e Sinistra (78,4%) che il Jobs Act ha avuto il maggior seguito. Ovvero in quell\u2019area culturale dove il tema del lavoro costituisce un aspetto identitario (e valoriale) radicato.<\/p>\n<p>In secondo luogo, le opinioni della popolazione nordestina si polarizzano quando si guarda chi sarebbe avvantaggiato dall\u2019attuazione del Jobs Act. Da un lato, un terzo (35,3%) ritiene che sia vantaggiosa tanto per le imprese, quanto per i lavoratori, in particolare fra i friul-giuliani (62,7%) e i trentini e alto atesini (52,9%). Come a dire che la riforma costituisce un buon punto di mediazione fra interessi diversi. Dall\u2019altro, una quota di poco inferiore (30,5%) pensa che avvantaggi soprattutto le aziende, soprattutto fra i veneti (35,1%). Ci\u00f2 che \u00e8 certo \u00e8 che pochi la percepiscono svantaggiosa per tutti (8,6%) e, ancor meno, vantaggiosa esclusivamente per i lavoratori (5,1%). Analizzando le condizioni professionali, fra gli imprenditori prevale chi vede vantaggi egualmente distribuiti (46,9%). Fra i dirigenti e i tecnici, invece, la bilancia dei benefici si equipara (38,4% per tutti; 37,6% per le imprese); mentre fra gli operai pende a favore delle imprese (38,2%) pi\u00f9 che per tutti (32,0%).<\/p>\n<p>Ma sono le collocazioni politiche a dividere maggiormente. Una visione favorevole solo alle imprese accomuna prevalentemente gli elettori delle due ali estreme dello schieramento politico (Destra: 29,5%; Sinistra: 51,6%), cos\u00ec come anche una visione totalmente negativa del Jobs Act (Destra: 21,1%; Sinistra: 7,3%). Viceversa, i favorevoli a un\u2019equa distribuzione di vantaggi sono gli elettori di Centro (61,6%) e di Centrosinistra (52,6%). Cos\u00ec, gli elettori di Destra\/Centrodestra, che per\u00f2 meno di altri conoscono la riforma, prevedono ricadute negative per tutti o al pi\u00f9 favorevoli solo alle imprese. Viceversa, nel campo della Sinistra\/Centrosinistra il Jobs Act \u00e8 divisivo, polarizza gli animi fra chi vede vantaggi per tutti (Centrosinistra) e chi solo per le imprese (Sinistra).<\/p>\n<p>Proprio per aggirare la vischiosit\u00e0 di un approccio ideologico o pregiudizievole, agli interpellati sono state poste alcune affermazioni che, nei fatti, traducono le misure del Jobs Act (quelle pi\u00f9 controverse) senza per\u00f2 farne esplicita menzione. Con l\u2019obiettivo di catturare se e in che misura vi fosse coerenza fra gli orientamenti della popolazione e le riforme approvate. In generale, mediamente oltre il 75% approva che si possa cambiare mansione pur di mantenere il lavoro (77,5%), che vi siano tutele crescenti con un\u2019assunzione a tempo indeterminato (76,3%), che in caso di licenziamento sia meglio ricevere un indennizzo economico, pi\u00f9 che essere reintegrati (77,5%). Cambio di mansione, tutele crescenti, superamento dell\u2019articolo 18 non sono pi\u00f9 un tab\u00f9. Sommando i punteggi ottenuti dalle diverse risposte \u00e8 possibile creare una misura di sintesi degli orientamenti (impliciti) verso il Jobs Act. Nel complesso, il 75,1% dei nordestini ha posizioni vicine a quelle introdotte dalla riforma. Il gruppo prevalente \u00e8 degli \u201cInclini al JAct\u201d (46,1%) ovvero di chi approva quasi tutte le misure introdotte, in particolare in Veneto (49,4%) e in Friuli Venezia Giulia (49,0%). Sono seguiti dagli \u201cYES JAct\u201d (29,0%) i quali le approvano in toto, soprattutto in Trentino Alto Adige (76,5%). All\u2019opposto, il 23,9% valuta negativamente in modo prevalente la riforma (Restii al JAct), quasi esclusivamente fra i veneti (23,5%), e solo l\u20191,0% \u00e8 totalmente contrario (NO JAct). Va sottolineato come fra quest\u2019ultimi si trovino soprattutto quanti si schierano a Sinistra (36,7%), ma nel contempo ben il 63,3% sia d\u2019accordo con le riforme approvate del Jobs Act.<\/p>\n<p>Sui temi del lavoro grava ancora un\u2019ingessatura culturale che impedisce una discussione pragmatica. Che affronti i problemi reali senza per questo negare il valore e la dignit\u00e0 del lavoro. Perch\u00e9 nel frattempo, il mondo della produzione \u00e8 cambiato e con esso gli orientamenti dei lavoratori. Ma non altrettanto sembrano aver fatto le culture politiche. E il Jobs Act interpreta le tensioni al cambiamento dei nordestini ben pi\u00f9 di quanto le discussioni pubbliche lascino intendere.<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\">Daniele Marini<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il lavoro \u00e8 un terreno delicato sul quale, in particolare in Italia, si consumano spesso scontri ideologici, pi\u00f9 che confronti fra idee. 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